Il successo di Rembrandt sembra destinato a durare: dal 2008 gli sono state infatti dedicate più di 450 esposizioni. Contrariamente alla popolarità di cui gode oggi, tuttavia, il pittore ebbe una vita piuttosto difficile, segnata da numerosi momenti bui. Nonostante sia vissuto durante il secolo d’oro olandese, Rembrandt non raggiunse mai la ricchezza o la notorietà di altri suoi contemporanei.
Rembrandt Harmenszoon van Rijn nacque nel 1606 a Leida, nei Paesi Bassi. Crebbe in una famiglia di artigiani e andò a bottega da Jacob van Swanenburgh nel 1621, dove imparò a disegnare a penna. Nel 1624 si trasferì ad Amsterdam presso il pittore olandese Pieter Lastman, dove venne introdotto ai capolavori di Caravaggio, la cui opera rappresentò sul piano estetico un’alternativa al viaggio in Italia che Rembrandt non riuscì mai a fare.

Tornato a Leida nel 1626, Rembrandt aprì uno studio con il pittore Jan Lievens. Cominciò la produzione commerciale di acqueforti a tema biblico, tra cui il Riposo durante la fuga in Egitto (1626). Anche La lapidazione di Santo Stefano (1625), uno dei suoi primi dipinti, riprende una scena biblica e testimonia la straordinaria maestria del pittore nell’utilizzo del chiaroscuro. Rembrandt fu inoltre un appassionato d’arte a tutto tondo, e proprio in questo periodo cominciò a collezionare opere provenienti da Europa e Asia.
La sua opera è estremamente pittorica nell’idea, e molto potente
Rembrandt era ancora un giovane pittore all’epoca, ma la sua fama già lo precedeva. A partire dal 1627 formò numerosi allievi, tra cui Gérard Dou e Jan Victors, e viaggiò spesso tra Leida e Amsterdam per soddisfare le richieste della sua ricca clientela. Durante uno di questi viaggi incontrò Saskia van Uylenburgh, figlia di un mercante, che diventò la sua prima moglie, nonché uno dei suoi modelli preferiti. L’inizio degli anni ’30 del Seicento fu un buon periodo per Rembrandt: dipinse il suo primo ritratto di gruppo, Lezione di anatomia del dottor Tulp (1632) e questo genere diventò poi il segno distintivo della sua produzione. L’opera fu commissionata dalla Gilda dei Chirurghi di Amsterdam e lascia pensare che l’artista stesso abbia assistito a delle autopsie, cosa che sarebbe stata insolita per l’epoca.

Rembrandt sperimentò anche con la pittura a tema mitologico e storico, ma nei suoi primi dipinti spesso compaiono elementi goffi o mal riusciti, come ad esempio i gesti innaturali ne Il rapimento di Europa (1632) o l’espressione grottesca del fanciullo nel Ratto di Ganimede (1635). Altri dipinti diedero risultati migliori sul piano della composizione e dell’esecuzione, come ad esempio il naturalismo del corpo del Cristo nella Deposizione dalla croce (1633) e l’incredibile luce nel paesaggio de Il ponte di Pietra (1637).

Purtroppo, gli anni ’40 non diedero seguito al promettente inizio della carriera di Rembrandt. Nel 1639 l’artista si indebitò per comprare una casa ad Amsterdam. Suo figlio Titus nacque poi nel 1641, ma la moglie morì improvvisamente nel 1642. Lo stesso anno, il pittore terminò La Ronda di Notte, un ritratto monumentale delle milizie della città. La controversia con cui il pubblico accolse il dipinto riguardò la particolare scelta compositiva: invece di immortalare la milizia in file ordinate e in posa, Rembrandt le mostrò nel pieno dell’attività. Il suo allievo Samuel van Hoogstraten scrisse di questo dipinto che “è estremamente pittorico nell’idea, e molto potente” ed era ovvio che avrebbe fatto gran parlare di sé. Inoltre, i personaggi vennero rappresentati in modo realistico, e non tramite ritratti idealizzati, perciò era chiaro che alcuni di loro non sarebbero stati lusingati dal loro aspetto. Si tratta di un esempio magistrale di utilizzo di luci e ombre.
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Nel 1645 Rembrandt assunse una domestica, Hendrickje Stoffels, con cui ebbe una figlia di nome Cornelia nel 1654. I due non si sposarono mai, e per questo a Hendrickje venne impedito di ricevere la comunione nella Chiesa Riformata. Rembrandt la dipinse in numerosi ritratti e continuò a produrre acquaforti di alta qualità, come The Hundred Guilder Print (circa 1648).

Fu in questo periodo che Rembrandt elaborò il suo stile personale, e dipinse scene senza eguali e superbi capolavori come il Ritratto di Jan Six (1654). I ritratti sono oggi le sue opere più famose e apprezzate, il cui valore in molti casi è stimato a decine di migliaia di sterline: si pensi ad esempio al Ritratto di un uomo, mezzo busto, con le mani sui fianchi (1658) venduto per 22 milioni di euro da Christie’s nel 2009, il 12% sopra la sua stima, o a San Giorgio Maggiore (1661) che arrivò a 19.6 milioni di euro da Sotheby’s nel 2007, superando la stima del 43%.
Bue macellato (1655) è una natura morta spesso considerata come memento mori, un richiamo alla morte imminente, e presenta un messaggio morale ripreso frequentemente nell’opera del pittore. Tuttavia, sebbene durante questo periodo Rembrandt avesse trovato e perfezionato il suo stile artistico, altri aspetti della sua vita non furono di così facile soluzione. Oppresso dai debiti, fu obbligato a vendere la casa nel 1656, il Municipio di Amsterdam rifiutò La congiura di Giulio Civile, svolto come lavoro su commissione nel 1662, e l’anno successivo Hendrickje morì, seguita dal figlio Titus nel 1668.
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L’artista visse più a lungo di loro e continuò a dipingere, ma il suo stile naturalistico e grezzo era meno apprezzato allora di quanto non lo sia oggi. A partire dagli anni ’20 del Seicento e fino alla sua morte Rembrandt dipinse circa 100 autoritratti, componendo così una vera e propria autobiografia pittorica. I primi esemplari dimostrano la sua ambizione all’inizio della carriera, come l’Autoritratto in costume orientale (1631). Gli ultimi autoritratti, che testimoniano la miseria del pittore, sono i più cupi e i più magistrali. L’Autoritratto con due cerchi (circa 1665) è indubbiamente l’esempio più enigmatico, e completa l’intera serie. Il pittore morì in povertà nel 1669, a 63 anni.

Rembrandt è oggi ricordato come un ritrattista eccezionale che sperimentò con una grande varietà di stili, e questo lo contraddistinse in un’epoca in cui molti artisti si specializzavano. La tendenza a copiare sé stesso si trasmise poi anche ai suoi allievi.
L’artista utilizzava una serie di firme, a volte scrivendo il suo nome per intero, altre volte usando variazioni delle sue iniziali, o addirittura modi diversi di scrivere il suo nome. Nuove opere gli vengono regolarmente assegnate, o altre vengono declassificate secondo le più recenti perizie degli esperti; al momento ci sono circa 350 dipinti ‘autentici’ di Rembrandt che possono essere ammirati nei musei di tutto il mondo.



