Memphis ha abbracciato tutte quelle cose che il modernismo aveva bandito: modelli e colori, kitsch e umorismo. Ha sfidato le nostre nozioni di funzionalità e buon gusto.
1981: il geniale Ettore Sottsass fonda a Milano il gruppo Memphis, esperienza che in poco tempo detterà le regole estetiche di un decennio intero. Oggi questi mobili eclettici, colorati e al limite del kitsch tornano sulla cresta dell’onda.
Milano d’inverno è sempre grigia, fredda, nebbiosa: sicuramente lo erano anche le sere del dicembre 1980 in cui Ettore Sottsass si riuniva con i designer De Lucchi, Cibic, Thun, Zanini e Bedin. L’obiettivo degli incontri andava ben oltre delle cene tra amici: i creativi volevano creare un movimento per ribellarsi allo status quo del design modernista (basato su minimalismo, funzionalità e sobrietà) con un design audace, fatto dei colori brillanti della Pop Art, delle forme stravaganti dell’Art Deco e del kitsch degli anni ‘50.
Le chiacchiere di una di queste serate furono accompagnate da “Stuck Inside of Mobile With the Memphis Blues Again”, celebre canzone di Bob Dylan. Quando arrivò il momento di trovare un nome per il collettivo, Sottsass propose proprio “Memphis”, città del Tennessee e culla di musicisti del calibro di B.B. King, Johnny Cash ed Elvis Presley, ma anche capitale dell’Antico Egitto che prendeva il nome dal dio protettore degli artisti.

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Con grande sorpresa dei suoi fondatori, l’esigenza di Memphis venne accolta con entusiasmo da designer di tutto il mondo, tanto che molti dei 40 progettisti che collaborarono alla collezione con cui si presentò al Salone del Mobile del 1981 erano stranieri: Nathalie du Pasquier dalla Francia, Michael Graves dagli Stati Uniti, Hans Hollein dalla Germania, Shiro Kuramata dal Giappone e via dicendo. Un chiaro segno che l’esigenza che aveva spinto alla nascita del collettivo non era relegata all’Italia, ma era una necessità comune a moltissimi designer.
Il successo di Memphis tantomeno restò limitato alla nicchia dei creativi del tempo: al contrario, come disse Alberto Bianchi Albrici, proprietario dello Studio Memphis dalla metà degli anni ‘90, “Memphis ruppe tutto”. L’inaugurazione dell’evento in occasione del Salone del Mobile ebbe infatti un riscontro enorme, a tal punto che “quando arrivammo, c’era un traffico incredibile”, ha ricordato Martine Bedin in un’intervista, “ed Ettore pensò si trattasse di un attentato terroristico. Poco dopo, scoprimmo che erano tutti lì per noi”.

I 56 pezzi della prima collezione (composta da lampade, tessuti, mobili) erano coloratissimi, esagerati, quasi kitsch, al limite del buon gusto. Stravolgendo tutte le leggi del design modernista capitanato da Mies Van Der Rohe, i designer avevano dato vita a uno dei primi esempi di Postmodernismo: la funzionalità passava in secondo piano, i materiali erano poveri (come il laminato plastico e il terrazzo alla veneziana), l’estetica dissacrante. Come se non fosse abbastanza, in un gioco di specchi e di ironia, i pezzi prendevano il nome dai più famosi hotel di lusso del mondo: la libreria Carlton, il mobiletto Casablanca, il tavolo Plaza...
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Anche molti personaggi famosi si innamorarono dei mobili del collettivo: tra più entusiasti ci furono il musicista David Bowie e lo stilista Karl Lagerfeld, le cui collezioni sono state disperse da Sotheby’s rispettivamente nel 2016 e nel 1991. Nonostante ebbero un grande successo, gli arredi non entrarono mai nelle case degli italiani (ne venne prodotto industrialmente un solo pezzo), ma fecero qualcosa di ben più straordinario: modellarono l’estetica degli anni ‘80, un’influenza che negli ultimi decenni non è mai stata esercitata in modo così lampante da un movimento specifico.

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Basta fermarsi un attimo per capire che la ricetta esplosiva di Memphis ha tutti gli ingredienti tipici dell’estetica di quegli anni: i colori accesi, i pattern bizzarri, le forme geometriche, il kitsch.
Memphis ha abbracciato tutte quelle cose che il modernismo aveva bandito: modelli e colori, kitsch e umorismo. Ha sfidato le nostre nozioni di funzionalità e buon gusto ha dichiarato Anthony Barzilay Freund, direttore delle belle arti presso 1stdibs.
Ci sono moltissimi esempi di come quest’estetica si sia diffusa a macchia d’olio finendo a coincidere con la cultura degli anni ‘80, ma è sufficiente guardare i primi loghi di MTV (lanciata proprio in quegli anni) o alcune scenografie di “Ritorno al Futuro” per rendersi conto dell’apporto del gruppo alla cultura popolare.

Una volta sganciata la bomba che avrebbe stravolto il mondo del design, il gruppo si dissolse nel 1988. Sottsass se n’era già andato tre anni prima, temendo che Memphis lo avrebbe marchiato a vita: “è un fenomeno nato per necessità culturali e politiche che non ci sono più", disse, "ci sono momenti in cui succede qualcosa, e poi è finita. Basta.”
Nonostante la sua breve vita, l'influenza del gruppo non si è mai completamente esaurita. Se escludiamo i ‘90, l’interesse nei suoi confronti è stato sempre piuttosto alto (la collezione primavera/estate del 2005 di MiuMiu usò i pattern di Nathalie du Pasquier, per esempio), ma è solo negli ultimi anni che è tornato con forza sotto i riflettori, complice l’aumento dell’interesse nei confronti del design italiano e la rivalutazione degli anni '80, da sempre considerati emblema del cattivo gusto.

Un interesse che si ripercuote nel mercato secondario, dove ai record di Gio Ponti si affiancano quelli di Sottsass e compagnia; si succedono le vendite dedicate, come la “Repertorio Sottsass” di Artcurial, e con esse i record d’artista: perché hanno definito un’epoca, e perché ne restano pochi esemplari. Non si tratta però di un ritorno che si esaurisce nelle sale d’asta: nel 2014 American Apparel ha lanciato una collezione disegnata da Nathalie du Pasquier, Valentino si è ispirato al design del collettivo per la sua collezione del 2017, e nel 2018 Adidas ha lanciato le scarpe “ZX Memphis”.
Memphis, e gli anni ‘80, non se n’erano mai andati: ce ne siamo accorti solo ora.
Versione aggiornata di un articolo originariamente pubblicato nel 2018.









