Se ogni dettaglio viene eseguito con cura, la somma delle parti sarà un insieme ancora più forte. Lo sapeva bene Gino Sarfatti (1912-1985), il fondatore di Arteluce, che ha fatto delle sue creazioni tecniche il suo marchio di fabbrica.
Gino Sarfatti nasce a Venezia nel 1912, da una ricca famiglia della borghesia commerciale. Studia al liceo classico e si iscrive poi all’Università di Genova al corso di Ingegneria aeronavale. A 23 anni, nel 1935, il padre Riccardo è vittima dell’embargo sul mare derivante dalle sanzioni imposte dalla Società della Nazioni. La situazione economica della famiglia costringe Gino a lasciare gli studi e trasferirsi a Milano per lavorare. Qui, pochi anni dopo fonda Arteluce. Era il 1939.
Leggi anche: Luce e Design: l'artistica luminosità delle lampade da tavolo
Negli anni ‘50 e ‘60, Milano era la capitale indiscussa del design, il centro d’ispirazione per molti dei promettenti creativi che sarebbero diventati da lì a poco dei nomi conosciuti a livello internazionale. Gino Sarfatti era uno di questi: in quegli anni era più facile trovarlo in officina, intento a lavorare con gli artigiani, piuttosto che in atelier o in qualche evento mondano. La sua spinta creativa non veniva infatti dalla conversazione ma piuttosto dall’esplorazione dei limiti della luce.

Dall'inizio del 1939 fino al 1974, anno in cui Arteluce venne acquistata da Flos, Sarfatti creò centinaia di apparecchi. Molte lampade furono fabbricate in pochissime copie e delle circa 1300 battute in asta negli ultimi anni, tante hanno raggiunto prezzi record, come il modello 001006, venduto nel 2016 per quasi 150.000 euro o il 2109/07 - venduto l’anno seguente al prezzo di 118 mila euro, entrambi battuti da Phillips.

Sarfatti non era certo timido nei confronti dell’uso di materiali diversi. In anticipo sulle tendenze introdusse il plexiglas, negli anni Cinquanta, e la lampada alogena durante gli anni ‘70. I suoi modelli erano eleganti e a volte pomposi, come il lampadario 2097, sempre attualissimo ma creato nel 1958. Il picco massimo dell’innovazione di Sarfatti sta però nei modelli che coniugano la funzione al design della luce, in cui ogni minimo dettaglio conferisce importanza all’intero oggetto.

Un esempio è la lampada da terra 1063 del 1954, uno dei due modelli che quell'anno ricevettero il premio Grand Prix alla X Triennale di Milano (l’altro, il modello 559 è stato premiato anche con il Compasso d´Oro ADI). Il 1063 è un pezzo molto ricercato e le stime in asta vanno dai 20 ai 40 mila euro.
Gli apparecchi creati nel tempo hanno preso il loro nome da un sistema di numerazione: dal n. 0 fino al 100 sono denominati i riflettori e gli apparecchi speciali da muro, dal 100 al 499 le lampade da parete e dal 500 al 999 quelle da tavolo; dal 1000 gli apparecchi da terra, 2000-2999 le lampade sospese e dal 3000 in poi le plafoniere.
Le prime lampade progettate da Sarfatti avevano due tipologie di luce, una puntata verso l’alto e un’altra di cui si poteva dirigere il raggio, così da adattarsi a varie necessità.

Durante i primi anni di Arteluce gli apparecchi furono creati con risorse molto limitate: la Seconda Guerra Mondiale obbliga Gino Sarfatti a trasferire la produzione a Lecco, dal momento che a Milano i bombardamenti erano troppo frequenti, e l’azienda, seppur in vita, non prosperò. Inoltre, a causa delle leggi razziali, Sarfatti - che era di origine ebraica - fugge dall’Italia per rimanere in Svizzera, a Lugano, fino al 1945.
I tre anni di inattività avevano reso Sarfatti irrequieto. Una volta tornato in Italia riprende il suo lavoro a ritmo instancabile e in poco tempo consolida il suo ruolo di maggior produttore di lampade a livello nazionale. Milano nel frattempo viene ricostruita e, di pari passo, le nuove tecnologie entrano nelle case di tutti.
Sarfatti fu sempre molto riconoscente nei confronti della sua famiglia, soprattutto per l’eredità in fatto di creatività e di intelligenza. Secondo lui, le luci avevano due compiti: illuminare le superfici e seguire le persone nelle loro esigenze di movimento. Lui stesso raccontò:
Comincio con un problema e provo a risolverlo, attraverso la funzione e la razionalità.

Nei primi anni Cinquanta, Gio Ponti menziona Arteluce su Domus, definendola come il principale produttore di lampade a livello italiano. In quegli anni d’oro di Milano, Arteluce fu grande protagonista del panorama del design e, grazie a incontri, legami professionali e amicizie, l'azienda realizza apparecchi illuminanti progettati da alcuni dei maggiori architetti e designer del periodo come i BBPR, Cini Boeri, Gianfranco Frattini, Ico Parisi, Franco Albini e Franca Helg.
Arteluce produsse le illuminazioni per diverse istituzioni italiane e internazionali, come il Piccolo Teatro di Milano, il Teatro Regio di Torino, il Museo di Palazzo Bianco a Genova e la Moschea di Kairouan in Tunisia. Nel 1973 Gino Sarfatti vende Arteluce a Flos. Si trasferisce a Cadenabbia, sul lago di Como, e si dedica a un grande hobby, quello del collezionismo di francobolli. In quello stesso anno vince la medaglia d’oro della XV Triennale. Le sue creazioni si trovano oggi soprattutto in asta o da rivenditori specializzati.
Versione aggiornata di un articolo originariamente pubblicato nel 2019.







