Un graffitaro della metro di NY

Keith Haring era nato in Pennsylvania, a Reading, ma passò la maggior parte della sua infanzia nella piccola cittadina di Kutztown. Sin da adolescente mostrò un temperamento ribelle e ostile alle autorità, che lo portò ad abbandonare dopo soli due semestri la Ivy School of Professional Art di Pittsburgh.

Keith Haring al lavoro nello Stedelijk Museum di Amsterdam. Immagine: Nationaal Archief Keith Haring al lavoro nello Stedelijk Museum di Amsterdam. Immagine: Nationaal Archief.

Lasciata l’università, Haring si trasferì da Pittsburgh a New York. Nella grande mela, il giovane seguì i corsi della School of Visual Art e presto iniziò a marchiare la metropolitana della città con i suoi graffiti. Non passò molto tempo da questi primi esperimenti urbani al suo inserimento nel circolo artistico dell’epoca: lì conobbe Andy Warhol, che lo ispirò profondamente, e Jean-Michel Basquiat, al quale fu legato da una forte amicizia.

Haring era un frequentatore assiduo del Club 57 e vi espose le sue prime opere. Il suo nome iniziò a diffondersi sempre più - grazie sia agli importanti contatti che riuscì ad instaurare in poco tempo, sia alla visibilità che le opere negli spazi pubblicitari inutilizzati della metropolitana di New York.

La fama e il Pop Shop

Keith Haring nel Pop Shop di New York. Immagine: Keith Haring Foundation © Tseng Kwong Chi. Keith Haring nel Pop Shop di New York. Immagine: Keith Haring Foundation © Tseng Kwong Chi.

Il riconoscimento internazionale arrivò negli anni ‘80 con le prime importanti mostre. Proprio nel 1980, Haring partecipò a “Times Square Show”, la prima esposizione dedicata all’arte urbana e underground di New York. La mostra lo catapultò definitivamente nell’olimpo dell’arte del tempo e presto arrivarono anche mostre a livello internazionale, dallo Stedelijk Museum di Amsterdam alla Biennale di Venezia del 1984.

Il successo di Keith Haring è dovuto alla riconoscibilità e all’immediatezza delle sue opere che, mescolando la lezione pop di Andy Warhol alle linee spesse dei graffitari, erano estremamente democratiche e veicolavano in modo semplice messaggi sociali ad un grande pubblico. Un’arte, insomma, tutt’altro che elitaria, che trattava con immediatezza visiva, nelle sue linee grafiche semplici, i temi cari alla gioventù dell’epoca: la droga, l'esclusione, la minaccia nucleare, l’aids.

Keith Haring, Senza titolo, 1983. ©Keith Haring Foundation Keith Haring, Senza titolo, 1983. ©Keith Haring Foundation

La sua arte non era democratica solo nelle parole: nel 1986, Haring aprì nel quartiere di Soho un negozio, il “Pop shop”, in cui vendeva opere a prezzi calmierati rispetto a quelli del mercato dell’arte. Al primo negozio di New York ne seguì un secondo l’anno successivo, a Tokyo.

Ignorance = Fear, Silence = Death

Fu l’aids, che in quegli anni aveva sconvolto le comunità gay (e non solo) di tutto il mondo, ad ucciderlo nel 1990 - soltanto due anni dopo la diagnosi. Ed è nel suo ultimo periodo di vita che Keith Haring, apertamente omosessuale, incorporò agli omini e agli animali stilizzati che lo caratterizzavano elementi che simboleggiavano l'aids e la sua stigmatizzazione.

Keith Haring, "Ignorance =Fear", 1989. Keith Haring, "Ignorance =Fear", 1989. Immagine: ©Keith Haring Foundation.

Haring amava fare opere in spazi pubblici: tra il 1982 e il 1989 ne produsse più di 50 in collaborazione con ospedali, orfanotrofi e istituzioni che operavano nel sociale. L’ultimo graffito che realizzò prima della morte si trova in Italia, a Pisa: “Tuttomondo” (1989) è stato da poco restaurato ed è tutt’ora visibile sulla parete esterna della canonica della chiesa di Sant'Antonio abate.

Keith Haring, Dettaglio di "Tuttomondo", 1989, Pisa. Immagine: ziguline.com Keith Haring, Dettaglio di "Tuttomondo", 1989, Pisa. Immagine: ziguline.com

La vita e le opere dell’artista verranno celebrate con una grande retrospettiva a lui dedicata: “Keith Haring. The Alphabet” sarà visitabile al museo Albertina di Vienna fino al 24 giugno 2018.

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