Alberto Burri nasce in Umbria, a Città di Castello, nel 1915. Si iscrive, appena ventenne, nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (le camicie nere del regime fascista) e fra il 1935 e il 1936 combatte la guerra italo-etiopica. Sono gli anni in cui vengono composte le note di Faccetta nera, e la campagna coloniale del regime fascista vede impegnato uno straordinario numero di uomini e mezzi per annettere l'Abissina.

Alberto Burri, Cretto Gibellina Alberto Burri, Cretto Gibellina

Rientra in Italia e termina gli studi in medicina prima di essere richiamato alle armi per le operazioni belliche in Albania e Montenegro, quindi in Africa, sul fronte settentrionale. Nei giorni della resa italiana è fatto prigioniero in Tunisia e condotto in Texas presso il Criminal Camp di Hereford, dove resterà incarcerato per 18 mesi. Dal 1946 sino alla sua chiusura avvenuta tre anni dopo, il campo accolse circa 5000 ufficiali e soldati italiani.

Il carcere era stato eretto nel 1942, su una piana desertica a mille metri d’altezza ai confini con il New Mexico. Durante la prigionia, privato dell'attrezzatura medica, Alberto Burri rifiuta di esercitare l'attività di medico e si rifugia da autodidatta nell'arte e nella pittura.

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I materiali di scarto, quelli con i quali tutti prigionieri costruivano un po' di tutto, verranno impiegati da Alberto Burri per ottenere effetti efficaci tanto quanto quelli attribuiti tradizionalmente alla pittura. Le trame e le superfici accidentate e irregolari dei materiali, le croste e le lesioni diventeranno i caratteri distintivi della sua produzione artistica.

All'inizio degli anni Cinquanta l'artista sperimenta sui sacchi di juta miscele di colore e alterazioni del tessuto con strappi e cuciture che ne indagano e lacerano la trama. A partire dagli anni '60 è il turno delle combustioni, realizzate prima sul legno e quindi su plastica: la fiamma modella e deforma le sottili superfici del cellophane, prive di consistenza formale, attribuendo le loro abrasioni e pieghe a quello che Cesare Brandi ha definito "l'orrore che aspira a diventare bellezza". In entrambi i casi, l'azione dell'artista sulla materia è violenta: crea segni che solcano la superficie, trapassano il materiale e lo trasformano irreversibilmente.

Nel gennaio del 1968 un terremoto colpisce la valle del Belice: le vittime sono 1.000 e i senza tetto 98.000. "Gibellina, Montevago, Salaparuta sono distrutte al 100%" e di loro non rimangono che macerie; i centri abitati rasi al suolo dal sisma sono ricostruiti più a valle.

Il sindaco di Gibellina, una piccola cittadina che sorgeva sul versante di una collina e il cui nome deriva dall'arabo, Gebel (Altura) e Zghir (Piccola), è Ludovico Corrao. Uomo sensibile e appassionato d'arte contemporanea, coinvolge nella costruzione del nuovo centro abitato i principali esponenti del mondo culturale: Pietro Consagra, Ludovico Quaroni e Franco Purini sono chiamati ad intervenire con opere di arte e architettura a circa 20 km più a valle dal centro distrutto.

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Anche Alberto Burri è invitato a dare il suo contributo nel 1981 e, quando visita il centro, i cumuli di macerie e detriti senza forma sono ancora presenti lì dove un tempo sorgeva Gibellina. "Quando andai a visitare il posto, in Sicilia, il paese nuovo era stato quasi ultimato ed era pieno di opere. Qui non ci faccio niente di sicuro, dissi subito, andiamo a vedere dove sorgeva il vecchio paese. Era a quasi venti chilometri."

"Ne rimasi veramente colpito. Mi veniva quasi da piangere e subito mi venne l’idea: ecco, io qui sento che potrei fare qualcosa. Io farei così: compattiamo le macerie che tanto sono un problema per tutti, le armiamo per bene, e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco, così che resti perenne ricordo di quest’avvenimento. Ecco fatto!"

Già le prime opere dell'artista presentavano la sperimentazione dell'effetto craquelè, un disordinato reticolo di crepe conseguente all'innalzamento della superficie pittorica, ma è solo a partire dai primi anni '70 che si applica in una delle sue serie più famose.

Alberto Burri davanti al Cretto di Los Angeles. Immagine via 2013.photoireland.org. Alberto Burri davanti al Cretto di Los Angeles. Immagine via 2013.photoireland.org.

Il ciclo dei Cretti consiste in spesse superfici quadrate o rettangolari, generalmente di colore bianco o nero, su cui si estende un intreccio di fenditure e screpolature ottenute impiegando su un supporto di cellotex un impasto di caolino e colle viniliche sottoposto ad asciugatura o essiccamento.

Le superfici dei cretti (crettàre, dal lat. crepitàre, intensivo di crepàre, scricchiolare) evocano le fessurazioni dei terreni argillosi, crepati dopo lunghi periodi di siccità; i primi cretti realizzati hanno dimensioni contenute, ma ben presto le opere assumono dimensioni

Immagine dell'autrice. Immagine dell'autrice.

Immagine dell'autrice. Immagine dell'autrice.

Immagine via Wikimedia Commons. Immagine via Wikimedia Commons.

plastiche e non più pittoriche, come nel caso del Cretto di Capodimonte e quello di Los Angeles, le cui dimensioni raggiungono i 5x15 metri. Na è il Cretto di Gibellina l'esito più spettacolare della serie.

Il Cretto di Capodimonte. Immagine via museocapodimonte.beniculturali. Il Cretto di Capodimonte. Immagine via museocapodimonte.beniculturali.

La realizzazione del Grande Cretto comincia nel 1984 e si prolunga per i successivi 5 anni: i grandi blocchi di cemento bianco, alti circa 1,5 metri, sono colati sulle macerie degli edifici ricompattate all'interno di telai di ferro e ripropongono idealmente le strade e gli isolati dell'antica Gibellina.

Nel 2015, in occasione del Centenario della nascita di Burri, l’opera è stata completata ed è stato avviato uno dei primi progetti di restauro su un'opera di arte contemporanea. Con i suoi 85.000 metri quadri di terreno riaperti dal calcestruzzo, il Cretto di Burri è una delle opere di land art più estese al mondo.

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