“Addio. Hanno iniziato a demolire il mio studio a Pechino senza alcun preavviso”. Con queste parole, l’artista e attivista Ai Weiwei ha annunciato ai suoi follower di Instagram l’ennesimo attacco del governo cinese nei suoi confronti. In un’intervista a Nation Public Radio l’artista, che ora vive a Berlino dopo essere stato in carcere per quasi tre mesi e agli arresti domiciliari per quattro anni, ha dichiarato che “Ci era stato richiesto di spostarci entro una certa data, che non abbiamo ancora raggiunto. La demolizione è stata una sorpresa.”

Demolition of my Beijing studio.Day three.

Un post condiviso da Ai Weiwei (@aiww) in data:

A causa del mancato preavviso, la demolizione dello studio (in cui l’artista ha lavorato stabilmente dal 2006) ha danneggiato alcuni lavori che non erano ancora stati trasferiti. L’artista, però, sempre secondo NPR, ha voluto nelle sue dichiarazioni porre l’accento non tanto sul danno materiale, quanto su quello sociale:

“Tuttavia, rispetto ai ricordi che sono stati persi, rispetto a una società che non ha mai stabilito la fiducia nell'ordine sociale, una fiducia nello stato di diritto, o una fiducia in qualsiasi tipo di unità nella difesa dei diritti della sua gente, quello che è andato perso nel mio studio è insignificante, e non mi interessa nemmeno. Ci sono rovine molto più profonde e più ampie in questa società in deterioramento in cui la condizione umana non è mai stata rispettata”.

Ai Weiwei con il figlio. Immagine via @aiww Ai Weiwei con il figlio. Immagine via @aiww

L’artista ha da sempre criticato le politiche del governo cinese, ma i rapporti si sono completamente deteriorati soltanto nel 2009, un anno dopo che Ai Weiwei aveva progettato lo stadio “Bird’s Nest” per le Olimpiadi del 2008. A partire dalla chiusura forzata del suo blog, il governo ha preso nei suoi confronti provvedimenti sempre più stretti, come la decisione nel 2010 di demolire lo studio e l’arresto, terminato dopo 81 giorni sotto pagamento di una cauzione.

Un'immagine scattata da Ai Weiwei con il suo passaporto, restituitogli dalle autorità cinesi nel 2015. Un'immagine scattata da Ai Weiwei con il suo passaporto, restituitogli dalle autorità cinesi nel 2015. Immagine via mprnews.

In tutti questi anni, Ai Weiwei non ha smesso di criticare duramente il regime. A suo avviso, la demolizione dello studio di Pechino è soltanto la punta dell’iceberg di un programma di gentrificazione che sta distruggendo molti edifici e allontanando i minatori e gli operai dalla città.

Quello di Ai Weiwei non è un caso isolato: come ha denunciato Artnet, l’intero distretto artistico di Chaochang di è in pericolo e molte gallerie tra cui de Sarthe Gallery sono state costrette a trasferirsi con soli tredici giorni di preavviso.

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