Kintsugi: la bellezza delle "cicatrici d'oro"

In antitesi alla società consumistica odierna, basata sull'usa-e-getta, il kintsugi ci insegna l'arte di dare nuovo valore e rendere preziosi gli oggetti danneggiati. E ci dà anche una lezione di vita.

Lavori di riparazione (a destra) su una ciotola da tè tipo hakeme in ceramica Mishima con lacca dorata kintsugi, XVI secolo, in mostra al Museo Etnologico di Berlino, Germania. Foto di Daderot, CC0 (dettaglio)
Lavori di riparazione (a destra) su una ciotola da tè tipo hakeme in ceramica Mishima con lacca dorata kintsugi, XVI secolo, in mostra al Museo Etnologico di Berlino, Germania. Foto di Daderot, CC0 (dettaglio)

La parola kintsugi (nota anche con il termine kintsukuroi), è formata dai due termini oro (“kin”) e riunire, riparare (“tsugi”) e significa pertanto "riparare con l'oro". Tale pratica di arte giapponese consiste nell'utilizzo di un metallo prezioso – oro in polvere, ad esempio – per aggiustare oggetti in ceramica (vasi in particolare). La polvere d'oro viene applicata sulle rotture dopo una lunga preparazione precedente la cui base è la lacca urushi. Grazie a questo sistema i cocci vengono rimessi insieme e le crepe non sono nascoste, ma enfatizzate, in quanto facenti parte della storia dell'oggetto stesso.

L’arte del Kintsugi ha origini antichissime, risalenti al XV secolo e, secondo una delle leggende che circolano intorno alla sua genesi, nacque da un goffo tentativo di riparazione di una ceramica. Si narra che lo shogun Ashikaga Yoshimasa mandò in Cina la sua tazza da tè preferita, per farla riparare. Quando l'amato oggetto gli fu restituito, però, l'uomo rimase tutt'altro che soddisfatto: la tazza era infatti stata aggiustata con antiestetiche – e poco funzionali – legature metalliche. Senza perdersi d'animo, lo shogun decise di affidare la ciotola ad alcuni artisti giapponesi, che riempirono le crepe con lacca e polvere d'oro, inventando il kintsugi. Quel semplice oggetto prese le sembianze di un piccolo gioiello, che soddisfò pienamente il legittimo proprietario, mentre la nuova tecnica divenne talmente nota e apprezzata, che alcuni collezionisti decisero persino di rompere di proposito alcuni oggetti in ceramica, per poi poterli riparare e personalizzare in stile kintsugi.

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Rara e superba ciotola Junyao con spruzzi di viola "bubble", dinastia Jin, ceramica 8,8 cm. Foto © Sotheby's
Rara e superba ciotola Junyao con spruzzi di viola "bubble", dinastia Jin, ceramica 8,8 cm. Foto © Sotheby's

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Il Kintsugi fu ben presto associato alle ciotole usate per il chanoyu, ovvero la cerimonia giapponese del tè, e cominciò ad essere usato come metafora di resilienza, associato anche alla filosofia del wabi-sabi, basata sull'accettazione dell'impermanenza delle cose e sulla capacità di vedere la bellezza nell'imperfezione. In base alla filosofia giapponese, dovremmo imparare ad abbracciare i nostri difetti e a non nascondere le cicatrici, mostrandole orgogliosi al mondo come se fossero medaglie, dal momento che I caratteri più solidi sono cosparsi di cicatrici (Kahlil Gibran). Come la mitologica Fenice risorgeva dalle proprie ceneri, così ognuno di noi può rinascere dalle proprie ferite.

In totale contrasto con la filosofia consumistica dell'usa e getta, il kintsugi ci insegna dunque a non snobbare o gettare via qualcosa solo perché si è rotto, ma a "lavorarci su", cercando di rendere quello stesso oggetto ancora più bello. Facendo un parallelo con la psicoterapia, i traumi che viviamo ogni giorno possono aiutarci a crescere, a migliorare, a divenire più forti. L'ideale sarebbe tenere sempre a mente la frase "Ciò che non uccide, fortifica" e fare tesoro dei colpi che la vita ci infligge, poiché possono renderci migliori, se sappiamo lavorare su noi stessi e imparare qualcosa dagli eventi avversi.

Una ciotola da tè Jian "Silver Hare's Fur", dinastia Song del Sud (1127-1279), 12.7 cm. Foto © Christie's
Una ciotola da tè Jian "Silver Hare's Fur", dinastia Song del Sud (1127-1279), 12.7 cm. Foto © Christie's

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Immaginiamo di avere davanti due oggetti (due vasi, ad esempio) totalmente identici per valore, forma, dimensioni, colore, eccetera. Uno di essi cade a terra e si rompe. A questo punto avremmo fondamentalmente tre opzioni: buttare semplicemente via l'oggetto; ripararlo usando la colla; ripararlo avvalendoci del kintsugi. Nel primo caso avremo semplicemente perso l'oggetto in toto; nel secondo avremo un oggetto riparato, ma sul quale si notano comunque i "punti di sutura"; nel terzo, invece, le spaccature saranno state sigillate, e rese ancor più visibili, da alcune bellissime colate di oro. In quest'ultimo caso, il nuovo oggetto non sarà più identico a quello rimasto integro, ma avrà al contrario acquistato valore (per via del metallo prezioso) e si sarà trasformato in qualcosa di diverso e unico. Un oggetto che cade a terra, infatti, non si romperà mai allo stesso modo, di conseguenza anche le spaccature saranno sempre diverse, e dunque anche le riparazioni fatte tramite la tecnica del kintsugi creeranno ogni volta un differente intreccio di linee dorate o argentate. Prezioso e unico, sia dal punto di vista economico che artistico: non male per un semplice vaso che qualcun'altro avrebbe gettato via, vero?

Lavori di riparazione (a destra) su una ciotola da tè tipo hakeme in ceramica Mishima con lacca dorata kintsugi, XVI secolo, in mostra al Museo Etnologico di Berlino, Germania. Foto di Daderot, CC0
Lavori di riparazione (a destra) su una ciotola da tè tipo hakeme in ceramica Mishima con lacca dorata kintsugi, XVI secolo, in mostra al Museo Etnologico di Berlino, Germania. Foto di Daderot, CC0

Nella vita di tutti i giorni succede qualcosa di simile: ognuno di noi reagisce al dolore, fisico o psico-emotivo che sia, in modo diverso. Le cicatrici, sul corpo o nell'animo, sono uniche e irripetibili e ci distinguono da chiunque altro. Non solo: indicano a noi e agli altri che abbiamo attraversato qualche "tempesta", ma che ne siamo usciti indenni. Le rughe sono in un certo senso cicatrici che il Tempo ha lasciato sulla nostra pelle; anch'esse "raccontano" qualcosa di noi, di quanto abbiamo vissuto, del fatto che probabilmente abbiamo attraversato almeno qualche piccola bufera nella vita. E, come le cicatrici, anche le rughe dovrebbero essere qualcosa da sfoggiare con orgoglio, perché fanno parte della nostra storia. La famosa attrice Anna Magnani un giorno disse al proprio truccatore: "Lasciami tutte le rughe, non me ne togliere nemmeno una. C'ho messo una vita a farmele!". In questa frase sono racchiusi tutto il senso e il valore del kintsugi.

Ciotola Yaozhou smaltata nera dinastia Song del Nord, ceramica 13,5 cm. Foto © Sotheby's
Ciotola Yaozhou smaltata nera dinastia Song del Nord, ceramica 13,5 cm. Foto © Sotheby's

Il kintsugi è stato presentato in alcune mostre importanti, come la Freer Gallery allo Smithsonian, l'Herbert F. Johnson Museum of Art e il Metropolitan Museum of Art. Questa originale forma d'arte (e la filosofia dietro di essa) ha spesso influenzato gli artisti, non solo giapponesi, che sperimentano la tecnica come mezzo per analizzare l'idea di miglioramento tramite la riparazione/rinascita.

Gli oggetti riparati tramite il kintsugi sono spesso ricercati anche dai collezionisti, che amano immaginare la vita che tali oggetti hanno avuto, insieme alle fratture, alle crepe, ai segni che li rendono unici.

Ancora una volta l'Arte si mescola con la Filosofia e ci dà una lezione morale, suggerendoci che vale la pena sentirsi belli sempre e comunque, fare tesoro delle lezioni di vita che le cadute (fisiche e non) ci hanno insegnato, e mostrare al mondo con orgoglio... le proprie cicatrici d'oro.

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