Fino al Medioevo, la natura morta aveva un’accezione diversa rispetto a quella attuale: consisteva nella rappresentazione di un dettaglio appartenente a una composizione più ampia come un pasto, un interno o una scena religiosa.

Questo soggetto pittorico, sebbene sia nato nell'Antica Grecia, è rimasto nel dimenticatoio per molti secoli: il suo ritorno nelle tele dei pittori europei avviene soltanto nel XVI secolo, quando dalla rappresentazione del singolo dettaglio si passa a quella di una composizione più ampia.

Dal XVII secolo diventa, soprattutto in Europa, un pretesto per riflettere sul senso della vita. Le nature morte di quel periodo evocano temi nuovi per il genere e cari al Medioevo come i cinque sensi o la “vanitas”, occasionalmente accompagnati da riferimenti biblici.

Così, gli artisti europei iniziano ad allestire delle composizioni su un tavolo posto di fronte a un muro scuro. Il posizionamento della luce è essenziale in questo contesto e definisce la complessità dell'esercizio: se alcuni elementi sono illuminati intensamente, altre parti sono immerse nell'oscurità.

In questo secolo la mimesi è di enorme importanza: dimensioni, colori, forme, materiali, ombre e riflessi vengono replicati sulla tela con la massima fedeltà. Con le grandi scoperte e l'arrivo in Europa di piante esotiche e sconosciute, l'interesse dei pittori nei confronti delle nature morte aumenta considerevolmente e si sposta su un piano scientifico.

Vengono scoperte sempre più specie, e si rende necessaria la loro classificazione. L’attenzione dei pittori passa dunque dal quotidiano a cataloghi di botanica e illustrazioni scientifiche: le nature morte di fiori si moltiplicano e il soggetto diventa il centro di un’osservazione scientifica, priva di qualsiasi connotazione morale o religiosa.

È soltanto in questo momento che si fa strada il termine "natura morta". In precedenza, l'espressione utilizzata era "cose naturali",  secondo una definizione ossimorica utilizzata da Giorgio Vasari per descrivere i motivi dipinti da Giovanni da Udine.

In Spagna, invece, il termine che indica queste composizione è "bodegón", estensione di "bodega": un avanzo di cibo, ma anche la dispensa di modeste taverne. La parola originariamente designa nature morte rappresentanti contenitori e alimenti tradizionalmente presenti in quegli spazi.

La svolta successiva arriva alla fine del XIX secolo con Cézanne, che introduce una dimensione di esplorazione artistica in seguito ripresa dai cubisti e dai futuristi. Con loro, la natura morta sperimenta nuovi sistemi di rappresentazione e prospettiva, passando definitivamente da essere un genere minore, percepito come troppo mimetico, a un elemento chiave della pittura europea.

Per la realizzazione dei loro “bodegones”, le scuole spagnole traggono inizialmente ispirazione dalla tradizione fiamminga, in una pratica che vede tra le prime fila gli artisti dell’Epoca dell’oro Juan Sánchez Cotán e Francisco de Zurbarán. Il genere si evolve quando artisti come Luis Paret y Alcâzar si liberano della morale cattolica per dare maggiore risalto al dettaglio e all’elemento naturale.

Francisco de Goya attinge a piene mani da questa tradizione, introducendo nei suoi dipinti animali morti come lepri e salmoni, in una metafora diretta con la morte. Nel ventesimo secolo, le opere di Juan Gris, Picasso, Miró e Dalí restituiscono al genere tutto il suo vigore tanto da essere considerato ancora oggi un esercizio indispensabile in quasi tutte le scuole d'arte.

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