Si dice che la videoarte nacque in un pomeriggio d’autunno del 1965, a New York. In quell’epoca, Nam June Paik aveva 33 anni ed era già entrato in contatto con John Cage e Wolf Vostell, membri di punta del movimento internazionale Fluxus. Armato della prima videocamera portatile della Sony, Paik riprese la processione di Papa Paolo VI che attraversava la città. Poche ore dopo, il video fu proiettato al Greenwich Village Cafè, marcando così l'inizio della videoarte.

Nello stesso periodo, altri artisti stavano iniziando a scandagliare le possibilità artistiche del video. In primis Andy Warhol, che tra il '63 e il '65 realizzò oltre 60 video e che spesso rielaborò immagini della stampa, come nella serie "Electric Chair" del 1971.

L’artista tedesco Wolf Vostell fu però tra i primi ad incorporare nelle proprie opere il televisore in quanto oggetto. Secondo alcuni è a lui e non a Paik che si deve la videoarte: in questo caso la sua nascita sarebbe da ricondurre a “Schwarzes Zimmer”, un’installazione del 1958 che assimilava l’informazione televisiva al nazismo. Nello stesso anno, l’artista aveva dato vita ai primi TV dé-collage: queste installazioni, composte da televisori e altri oggetti, vennero incluse nella sua prima personale negli Stati Uniti.

Nel 1965, la commercializzazione della prima videocamera portatile della Sony diede un grande slancio alla sperimentazione di questo nuovo linguaggio. Prima di allora, sia Vostell che Paik si erano "accontentati" di utilizzare i televisori, spesso distorcendo immagini di programmi o notiziari televisivi, come in Exposition of Music-Electronic Television (1963), in cui Paik aveva utilizzato dei magneti per alterare le immagini di alcune TV sparse per la Galerie Parnass. A partire dal 1965, però, nessuno esplorò tanto le potenzialità del video come fece Paik, che vide in esso molto più che solo un nuovo metodo espressivo.

L’artista, statunitense di origine sudcoreana, passò l’intera carriera a sperimentare con il video, riflettendo sul ruolo sempre crescente dei mass media nella vita delle persone. La profonda comprensione di Paik della portata di questo mezzo di comunicazione era tale che, nel 1970, profetizzò la nascita dei canali online come li conosciamo oggi, immaginando la “Video Common Market”, una comunità globale di spettatori che avrebbe diffuso video liberamente.

Nam June Paik, Exposition of Electronic Music-Electronic Television, 1963, Galerie Parnass, Germania Ovest. Nam June Paik (1932-2006), Exposition of Electronic Music-Electronic Television, 1963, Galerie Parnass, Germania Ovest.

Oltre a lui, artisti come Vito Acconci, John Baldessari e Dan Graham si sono immersi nella sperimentazione della videoarte. A questi sono seguiti, tra gli altri, Bill Viola, Pipilotti Rist e Vanessa Beecroft. Se nei primi decenni la videoarte era rimasta sottotraccia nel mercato secondario, artisti come Beecroft hanno contribuito ad aumentarne l’interesse, soprattutto grazie a fotografie e video che documentano le performance.

Beecroft, classe 1969, ha operato sin dall’inizio della sua carriera proprio nel campo della videoarte, in una commistione con bodyart ed arte performativa. Con queste premesse, l’artista crea dei tableaux vivant di donne, spesso nude, in una ricerca che si focalizza sul corpo femminile e sulla sua relazione con lo spazio e con gli input esterni.

Dal 1997 l'artista intitola i lavori con un codice composto dalle sue iniziali e dal numero progressivo della performance. Come VB43, performance del 9 maggio 2000 presso la Gagosian Gallery di Londra che includeva solo corpi femminili nudi dai tratti tipicamente inglesi, o VB62. Quest’ultima prese forma nel 2008, presso la chiesa di Santa Maria dello Spasimo di Palermo. I nudi femminili, stavolta ricoperti di vernice bianca, sovvertivano la percezione dello spettatore, mescolati alle statue di marmo dell’edificio religioso.

Le due fotografie di VB43 e VB62 verranno esitate da Aste Boetto, in occasione di un’asta ricca ed eterogenea che si terrà a Genova. L’appuntamento è per il 17 aprile alle ore 18:00 per l’Asta di Fotografia, che include anche opere di Arnulf Rainer, Maurizio Cattelan, Mario Schifano, Luigi Ghirri, Fegley Richard e Ugo Mulas.

Le opere di Nam June Paik e Wolf Vostell andranno all’incanto lo stesso giorno alle ore 15:00, nella sessione di Arte Moderna e Contemporanea. In apertura ci saranno 10 opere di Aldo Mondino (1938-2005) provenienti da una collezione del Ponente Ligure. Artista poliedrico, Mondino ha collaborato con gallerie italiane ed internazionali e ha partecipato a due edizioni della Biennale di Venezia.

A seguire, i grandi dell’arte italiana del ‘900. Verranno esitati infatti due lotti storici anni ‘50 di Mimmo Rotella, un bellissimo blu di Castellani, una carta assorbente di Lucio Fontana e due importanti opere di Emilio Isgrò.

Tra le rarità, segnaliamo una bachelite di Vincenzo Agnetti e un’introvabile matassa chilometrica di Alberto Garutti. Quest’ultima è parte di una serie di sculture composte da un filo di nylon avvolto su un rocchetto di cartone. La lunghezza del filo rappresenta la distanza che separa luoghi cari alla vita personale ed artistica di Garutti. In questo caso, il filo lungo 90,3 chilometri è lo spazio che separa la casa dell’artista milanese dall'affresco seicentesco di Paolo Pagano nella chiesa di Valsolda.

I cataloghi dell’Asta di Arte Moderna, Contemporanea e Fotografia di Aste Boetto sono consultabili online. I lotti sono in esposizione presso la sede di Genova dal 13 al 16 aprile (orari 10:00-13:00 e 15:00-19:00). Una selezione delle opere sarà inoltre visibile nella sede di Milano da sabato 7 a lunedì 9 aprile (orari 10:00-18:30).

L'asta si terrà nella sede di Genova (Mura dello Zerbino, 10). Sarà possibile partecipare e fare offerte in diretta anche dalla sede di Milano, in Foro Buonaparte 48.

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