Marina Abramovic

Marina Abramovic è forse l’artista più conosciuta dal grande pubblico. Nata a Belgrado, dopo gli studi presso l’Accademia di Belle Arti nella città natale si trasferisce negli Stati Uniti, paese che eleggerà a sua seconda casa. È negli anni ‘70 che le performance della Abramovic iniziano ad attirare l’attenzione di critici, collezionisti e pubblico: intitolata “Rythm 10”, la prima performance segue “Escalade” (1971) di Gina Pane, in cui l’artista si taglia con una lametta. In quest’opera del 1973, infatti, Abramovic sublima il dolore fisico riproponendo il gioco dei coltelli.

La vita personale dell’artista si è spesso intrecciata con le sue opere: Abramovic è stata per 12 anni compagna di Ulay, un artista tedesco conosciuto ad Amsterdam. I due, dopo essersi lasciati, hanno esposto al mondo il dolore della rottura percorrendo la Muraglia Cinese da lati opposti, per poi incontrarsi per un’ultima volta nel centro. Ulay e Marina si sono di nuovo visti alla performance “The artist is Present” del 2010 al Museum of Modern Art di New York. Marina è stata per tre mesi seduta su una sedia davanti ad un tavolo al centro di una grande sala: il pubblico poteva incontrarla e parlare con lei. Non poteva immaginare che, tra le tante persone, sarebbe arrivato anche Ulay.

Shirin Neshat

Come la Abramovich, Shirin Neshat ha abbandonato il suo paese natale, l’Iran, per trasferirsi negli Stati Uniti, dove tuttora vive e lavora. Le sue opere sono estremamente legate alla cultura islamica e vogliono essere una riflessione sul ruolo della donna nella società iraniana, e più in generale nella comunità musulmana. I lavori più noti di Neshat consistono in delle fotografie che ritraggono corpi di donne ricoperti da scritte in Farsi, la lingua ufficiale dell’Iran.

L’artista lavora principalmente con la fotografia e il video: ha infatti curato la regia di “Women without men”, lungometraggio che ha vinto Il Leone d’Oro per la regia alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia del 2009. Il suo ultimo progetto, “The Home of My Eyes”, è stato esposto al Museo Correr di Venezia nel 2017 e comprende 55 ritratti di cittadini Azerbaijani, a cui l’artista ha chiesto di parlare del loro rapporto con il concetto di casa.

Yayoi Kusama

Magari non ne conoscete il nome, ma vi sarete di certo imbattuti nelle colorate e stravaganti creazioni dell’artista giapponese Yayoi Kusama. Nata a Matsumoto nel 1929, Yayoi si trasferisce a New York per approfondire gli studi in campo artistico. Ispirata e influenzata dall’ambiente newyorkese e dalla rivoluzione sessuale del ‘69, l’artista esplora nelle sue prime performance il corpo e la relazione con l’esterno. Inizia sin da subito ad utilizzare uno dei pattern che diventerà il suo marchio di fabbrica, il pois.

Negli anni ‘70 ritorna in Giappone e si dedica alla scrittura di romanzi surrealisti, per poi continuare con la produzione di dipinti, sculture e spazi psichedelici, fatti di colori sgargianti e forme ricorrenti, come, appunto, il pois e la zucca, soggetto delle sue opere più famose. “Infinity Mirror Room” è una serie di spazi ideati in oltre cinquant’anni di carriera: ampie stanze le cui pareti sono ricoperte di specchi, luci e oggetti dai colori psichedelici. L’artista, ancora molto attiva, vive per scelta in un manicomio e non ha mai nascosto i problemi mentali che la affliggono sin dall’infanzia.

Barbara Kruger

Come tutte le artiste precedenti, anche Barbara Kruger ha un legame con la città di New York, dove negli anni ‘60 si trasferì dal New Jersey per studiare design. Dopo aver lavorato nel mondo dell’editoria come designer prima e art director poi, la Kruger decide di dedicarsi all’arte. Le sue opere sono inevitabilmente influenzate dai suoi primi anni di carriera: estremamente grafiche, consistono in immagini, spesso ritrovate per caso, a cui sovrappone frasi nello stesso font, il Futura Bold.

Femminismo, razzismo e politica sono i temi a lei più cari e quelli che più emergono dai suoi celebri collage, che hanno fatto il giro del mondo per la grafica e gli slogan d’impatto. Tra le più note, “I shop therefore I am” del 1987 rappresenta uno schiaffo alla società consumistica degli anni ‘90 e riflette sul rapporto tra società ed identità, rielaborando il “Cogito ergo sum” di cartesiana memoria in chiave politica. “Your body is a battleground” (il tuo corpo è un campo di battaglia) è invece il più forte tra i suoi lavori di stampo femminista: concepito in un periodo di lotta sociale per il diritto all’aborto, l’ha resa un’icona americana delle battaglie delle donne.

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