La formazione e l’incontro con il Surrealismo

Alberto Giacometti nasce nel Cantone dei Grigioni, nella Svizzera italiana, nel 1901, da genitori protestanti. Inizia sin da giovanissimo a dedicarsi alla pittura, al disegno e alla scultura nell’atelier del padre, anch’egli pittore. Alimenta poi la sua passione a livello accademico: alla Scuola di arti e di mestieri di Ginevra, prima, e all’Accademia della Grande Chaumière di Parigi, poi. È proprio a Parigi che il giovane Giacometti incontrerà il Cubismo: il movimento di cui fecero parte, tra gli altri, Pablo Picasso, Georges Braque e Gino Severini ebbe un grande impatto sui suoi primi lavori, che risultano frammentati, intimi, scomposti, frantumati.

Alberto Giacometti. Fonte: Mirror. Alberto Giacometti. Fonte: Mirror.

Sulla soglia degli anni ‘30, l’artista prende parte al Surrealismo. Proprio come era stato attratto dal Cubismo per la sua componente intimistica, viene attirato dalla stessa dimensione personale della nuova corrente. Il Surrealismo infatti, originato a Parigi proprio in quegli anni con André Breton come principale teorico, basa le sua fondamenta concettuali su “L’interpretazione dei sogni” di Freud. Pubblicato nel 1899, il testo ha una risonanza internazionale, con ripercussioni che scuotono il mondo della psicologia e della psichiatria per poi passare inevitabilmente a quello dell’arte.

L’affermazione di un immaginario visivo personale

Nonostante la rottura con il gruppo nel 1935, l’estetica di Giacometti non smetterà mai di esplorare l’inconscio, tanto nella sua declinazione più intima come in quella più allargata e analitica della natura e della psiche umane - fulcro delle discussioni dei tanti intellettuali dell’epoca di base a Parigi. Dopo l’abbandono del Surrealismo, Giacometti non si assocerà a nessun altro movimento e lavorerà in modo indipendente e solitario fino alla morte, nel 1966.

 

Giacometti considerava lo schizzo, l’abbozzo come un parte centrale del processo di creazione. In occasione di una mostra presso il Museo MA*GA, che raccoglieva opere e disegni inediti, lo studioso, curatore e amico Michael Pepiatt affermò che “Gli sketch erano per lui una forma di pensiero istintivo. Non stava mai senza una matita in mano o una sigaretta in bocca.”

La fragilità della natura umana nei dipinti e nelle sculture

Con questo modus operandi, l’artista rielaborò i temi cari alla sua epoca - l’inconscio, l’esistenzialismo, la fragilità della natura umana -, rivoluzionando il concetto di pittura e scultura del tempo e concedendo all’arte un lascito che ha ancora riverberi, soprattutto nell’arte contemporanea. A questi elementi, nel corso della carriera dell’artista si aggiunsero nuovi elementi, dall’arte primitiva e dall’esistenzialismo, i cui temi erano il centro delle discussioni con l’amico Jean Paul Sartre.

Una vita, quella di Giacometti, incentrata sulla ricerca sull’io, sulla natura umana - che mai fu in alcun modo egoistica o narcisistica, ma sempre aperta all’altro. Tra le opere più famose, “Uomo che cammina” e “The pointing man”, che detiene il record di vendita mai raggiunto per una scultura: nel 2015 la statua fu infatti battuta all’asta da Christie’s per oltre 141 milioni di dollari.

Le sue statue, esili e filiformi come lui stesso era, raffiguravano sempre figure umane ed erano ispirate a coloro che lo circondavano nel quotidiano: la madre, il padre, i fratelli e le sorelle. Fragili e lineari, le figure di Giacometti rappresentano il tormento, le inquietudini, le paure di Giacometti. Lo stesso Sartre definì il suo lavoro come “una mediazione continua tra il nulla e l'essere”.
Tra i materiali prediletti che plasmava nel suo atelier, il bronzo, il gesso e il legno - tutti materiali poveri, essenziali, sui quali baserà una lunga e fruttuosa ricerca plastica. La stessa assenza di colori si trova nei dipinti: ritratti abbozzati, volti ricchi di linee scure come fossero bozzetti preparatori, sui toni del grigio e del nero, in cui raramente trovano spazio toni più caldi.
Pochi come Alberto Giacometti riuscirono a rappresentare la fragile figura umana con tanta onestà e semplicità. L’artista fu sempre fedele alla sua investigazione sull’uomo, cosciente che la meta era il nulla e con una umiltà tale che lo portò persino a definire le sue opere come “mal riuscite”, delle “ricerche mancate”.

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