È il 17 maggio del 1984 e Il Metropolitan Museum di New York organizza la mostra “International Survey of Painting and Sculpture”: l’esposizione include 195 opere tra dipinti e sculture con l’obiettivo di sondare le tendenze degli ultimi dieci anni nell’arte contemporanea.

Guerrilla Girls, Do Women Have To Be Naked To Get Into the Met. Museum?, 1989, Immagine via Tate. Guerrilla Girls, Do Women Have To Be Naked To Get Into the Met. Museum?, 1989, Immagine via Tate.

Un gruppo di artiste nota come tra i 169 artisti presenti soltanto il 10% siano donne; una rapida analisi delle collezioni degli altri principali musei americani è ugualmente desolante. Nasce così “Guerrilla Girls”, collettivo di artiste e attiviste femministe che incollano sui muri delle città americane statistiche non molto lusinghiere nei confronti delle istituzioni e dei musei della nazione:

Le donne devono spogliarsi per entrare al Met. Museum? Meno del 5% degli artisti nelle collezioni del museo sono donne, ma l’85% dei nudi sono femminili.

A sinistra: Amy Sherald, immagine via Wikipedia. A destra: She was learning to love moments, to love moments for themselves, 2017. Immagine via amysherald.com A sinistra: Amy Sherald, immagine via Wikipedia. A destra: She was learning to love moments, to love moments for themselves, 2017. Immagine via amysherald.com

La questione della disparità di genere nell’arte non era una novità già allora: più di dieci anni prima, nel 1971, la storica dell’arte Linda Nochlin, in Why there have been no great women artists? scriveva, soprattutto rispetto a quanti affermavano che le donne non fossero in grado di produrre arte ad alti livelli per una questione biologica, che

la colpa non risiede nelle nostre stelle, nei nostri ormoni, nei nostri cicli mestruali o nei nostri vuoti spazi interni, ma nelle nostre istituzioni e nella nostra educazione - educazione intesa come inclusione di tutto ciò che ci accade dal momento in cui entriamo in questo mondo di simboli, segni e segnali significativi.

Siamo nel 2018, e purtroppo la situazione non è molto cambiata: uno studio pubblicato nel 2017 intitolato Is Gender in the Eye of the Beholder? Identifying Cultural Attitudes with Art Auction Prices ha rilevato che nel mondo dell'arte le donne guadagnano ancora meno degli uomini. Il report ha analizzato il mercato secondario in cui gli artisti non hanno un ruolo attivo: questo, affermano, ci consente di isolare le influenze culturali sulla domanda di lavoro di artisti femminili da fattori legati all'offerta.

A sinistra: Carol Rama, immagine via Pinterest. A destra: Nonna Carolina, 1936. Immagine via newmuseum.org. A sinistra: Carol Rama, immagine via Pinterest. A destra: Nonna Carolina, 1936. Immagine via newmuseum.org.

Analizzando 1.5 milioni di transazioni all'asta in 45 paesi, lo studio ha documentato un gap del 47,6% tra i prezzi d'asta dei dipinti fatti da uomini e quelli fatti da donne. I professori che hanno realizzato il report segnalano che i partecipanti non sono in grado di indovinare il genere di un artista semplicemente guardando un dipinto e variano nelle loro preferenze per i dipinti associati alle artiste: si tratta dunque di una vera e propria disparità dovuta al genere e non alla “bravura” percepita.

Alle stesse conclusioni era giunta Greg Allen nell’articolo The X Factor: Is The Art Market Rational Or Biased?  (Il fattore x: il mercato dell'arte è logico o di parte?) del 2005, in cui affermava qualcosa che prima di allora non era mai stato detto molto chiaramente: “L'arte femminile sembra vendere ad un prezzo inferiore perché è fatta da donne”.

Non stupisce quindi che nei 95 oggetti più cari mai venduti all’asta non compaia nemmeno un’artista donna - a fronte di un gran numero di nudi femminili, tra cui il secondo (Donne di Algeri, di Picasso) e il terzo (Nudo disteso) di Amedeo Modigliani.

A sinistra: A destra: A sinistra: Amedeo Modigliani, Nudo disteso (particolare), 1917. A destra: Pablo Picasso, Donne di Algeri, Versione 'O' (particolare), 1955.

Sulla base dei dati di Barnebys (che riunisce circa 74,2 milioni di risultati d’asta in tutte le categorie, dall’arte ai gioielli), il lavoro più costoso della storia mai realizzato è al 96° posto: si tratta di Jimson Weed / White Flower No.1 di Georgia O'Keeffe, battuto all’asta nel 2014 da Sotheby’s per 44,4 milioni di dollari.

Per trovare un’altra donna bisogna scorrere la lista fino al 271° posto: Louise Bourgeois, la cui monumentale scultura Spider sale sul secondo gradino del podio con un prezzo di vendita di 28,2 milioni: 1,5 volte meno di O'Keeffe.

Questi risultati desolanti non vanno tantomeno imputati ad un minor numero di artiste donne: il National Museum of Women in the Arts ha infatti recentemente dichiarato che queste compongono il 51% degli artisti attualmente attivi. Un percentuale che fa a pugni con la loro rappresentazione nelle gallerie e nei musei di Londra: il 78% di di questi espongono ancora più uomini che donne, mentre solo il 5% si sforza di rispettare la parità tra i due.

Artemisia Gentileschi, Salome con la testa di San Giovanni Battista, c. 1610-1615, Wikimedia Commons. Artemisia Gentileschi, Salome con la testa di San Giovanni Battista, 1610-1615 circa, Wikimedia Commons.

Le istituzioni hanno tragicamente mancato di sostenere le carriere di artisti di sesso femminile e questa mancanza di visibilità si riflette ancora oggi nel prezzo delle loro opere e nella mancanza di interesse dei collezionisti per l'arte che producono.

Invece di cercare di riscrivere la storia, ci sono alcune organizzazioni che stanno prendendo provvedimenti per cambiare il futuro dell’arte e renderlo un settore inclusivo. La Tate di Londra ha recentemente affermato che il numero di opere femminili nella collezione continua ad aumentare e che metà dei pezzi della Switch House sono ora dedicati ad artiste. Un piccolo passo che ha incentivato altri spazi museali a fare lo stesso.

Anche i media stanno pubblicando sempre più contenuti in merito, generando interesse e informazione nel pubblico. Un passo che permette che le artiste siano sempre più riconosciute per il loro lavoro sia a livello morale che economico.

A sinistra: Joan Mitchell A destra: Field 2, 1992 (Immagine © PrivateLot via Barnebys) A sinistra: Joan Mitchell. A destra: Field 2, 1992 (Immagine © PrivateLot via Barnebys)

I primi effetti della terza ondata di femminismo sono insomma già ben visibili. Solo pochi giorni fa, Joan Mitchell ha suscitato una frenesia tra i visitatori di Art Basel 2018, dove è stata finalmente consacrata post-mortem e soprannominata "The Basel Beauty".

Questo trend sta lentamente trasformando anche le teste di alcuni collezionisti, una clientela composta per la stragrande maggioranza di uomini.  Secondo il rapporto 2018 di Barnebys, nel mondo delle aste c’è un crescente interesse per le opere d'arte realizzate da donne. Questo aumento è evidente nelle sessioni degli utenti di Barnebys e include artiste contemporanee come Jenny Saville, Cecily Brown e maestri come O'Keeffe o Kahlo.

Ketty La Rocca, Elettro...Addomesticati, 1965, Mart, Archivio Tulla. Immagine via Pinterest. Ketty La Rocca, Elettro...Addomesticati, 1965, Mart, Archivio Tulla. Immagine via Pinterest.

Pontus Silfverstolpe, co-fondatore di Barnebys, afferma che nel mondo delle aste "è una parte del mercato che non si è sviluppata molto, ma cambierà" e che diverse artiste come Nathalie Djurberg, Petra Cortright, Cady Noland e Agnes Martin vanno osservate con attenzione.

Sul futuro non si possono che fare previsioni, ma se la nuova ondata di femminismo si sta già facendo sentire sulle piattaforme online, può darsi che questa meritata attenzione passi presto anche agli acquirenti che cercheranno di accaparrarsi le opere delle più grandi artiste prima che i loro prezzi raggiungano (legittimamente) le stelle.

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