Marina Abramović e la sua app “Rising”. Foto: Anna Wahlström, Barnebys Marina Abramović e la sua app “Rising”. Foto: Anna Wahlström, Barnebys

Il 9 dicembre Barnebys ha partecipato al Nobel Week Dialogue, una conferenza annuale nata con l’obiettivo di riconciliare scienza e società che vede la partecipazione di molti premi Nobel. Dopo l’evento abbiamo colto l’occasione per fare una chiacchierata con Marina Abramović, che ci ha parlato della sua nuova app e del futuro della performance art.

Marina Abramović alla Nobel Week Dialogue. Foto: Alexander Mahmoud Marina Abramović alla Nobel Week Dialogue. Foto: Alexander Mahmoud

I lavori della conferenza sono stati inaugurati proprio da una performance lecture di Marina, che ha presentato i suoi attuali progetti artistici e la sua nuova app, Rising. Sviluppata per sensibilizzare il pubblico sul cambiamento climatico, grazie alla realtà aumentata Rising mostra Marina in una vasca di vetro il cui livello dell’acqua si sta lentamente, ma inesorabilmente, alzando. L’artista chiede agli utenti di scegliere se salvarla o meno dall'annegamento impegnandosi a riconsiderare il loro impatto sull’ambiente. Realizzata in collaborazione con Acute Art, l’app incoraggia la riduzione dei rifiuti, il riuso, il riciclo e il consumo cosciente delle risorse naturali.

Rising nasce da un evento vissuto in prima persona da Abramović. Vent’anni fa, in una spiaggia delle isole Maldive, l’artista notò che alcuni paguri vivevano in dei pezzi di plastica: le loro tradizionali case, le conchiglie, scarseggiavano perché erano vendute ai turisti come souvenir. Sconvolta dalla scena, acquistò alcune conchiglie al mercato per restituire agli animali le loro case, ma scoprì che questi si erano abituati alla plastica e la preferivano al loro habitat naturale.

Marina Abramović in Rising. Foto: Acute Art Marina Abramović in Rising. Foto: Acute Art

La presentazione di Abramović è iniziata in modo insolito: è stato chiesto al pubblico di non bere dal bicchiere d'acqua che stava davanti a loro. Una volta salita sul palco, Abramović ha chiesto agli astanti di rilassarsi, disincrociare le gambe e fare insieme dodici profondi respiri. Poi, ha esortato tutti a portare il bicchiere alla bocca e sentire il freddo del contatto con le labbra. Dopo pochi secondi, abbiamo tutti iniziato a bere molto lentamente. Nel mentre, l’artista ci dava istruzioni con un tono di voce calmo e meditativo, rendendoci un unico organismo che agiva all'unanimità.

Lo scopo dell’esercizio non è stato che un’eco della missione di Rising e ha richiamato l’attenzione sull’importanza di preservare l’acqua, una risorsa senza la quale non può esserci vita.

Il pubblico durante l’esercizio proposto dall’artista alla Nobel Week Il pubblico durante l’esercizio proposto dall’artista alla Nobel Week

Sempre durante la Nobel Week, il Grand Hotel di Stoccolma ha ospitato una conversazione tra Abramović e Daniel Birnbaum, sovrintendente del Modern Museum, che si sono confrontati sulla relazione tra arte e scienza.
Potreste pensare che quello scientifico sia un ambito completamente nuovo per Marina, ma non è così: nel 1989 partecipò ad un incontro ad Amsterdam che coinvolgeva importanti ricercatori, artisti e leader spirituali (tra cui il Dalai Lama e Robert Rauschenberg) in una discussione su tecnologia, sviluppo e futuro. Abramović crede fermamente che gli artisti debbano essere coinvolti nelle questioni sociali in misura molto maggiore: "Fu un incontro rivoluzionario", dice. "Qui sono l'unica artista presente, e mi sento sola."

Ecco cosa ci ha detto del metodo Abramović, della sua nuova app e del futuro dell’arte nell’era digitale.

Marina Abramović. Foto: Acute Art Marina Abramović. Foto: Acute Art

Negli ultimi tempi hai espresso il desiderio di coinvolgere tecnologie molto innovative nella tua pratica artistica. Se da una parte sembra un processo naturale, dall’altra è un grande cambiamento: la tua arte è sempre stata fortemente legata alla realtà, alla tua presenza fisica, al qui ed ora. Tecnologie come l’intelligenza artificiale e la realtà virtuale stanno in qualche modo minando la presenza fisica. Come riesci a conciliare queste due anime?

Marina Abramović: le nuove tecnologie sono molto importanti, soprattutto la realtà virtuale. Non possiamo evitare la tecnologia e in essa non vi è niente di intrinsecamente sbagliato. Il problema sta nel suo utilizzo: oggi ne siamo dipendenti e la usiamo troppo. Quello che mi affascina della realtà virtuale è che ciò che si vede sembra che stia avvenendo in tempo reale. Il cervello viene ingannato e crede che quello che vede sia davvero reale. Si può utilizzare la tecnologia in modo corretto, oppure abusarne.

L’app Rising, foto: Acute Art L’app Rising, foto: Acute Art

Tra i tuoi innumerevoli lavori, ce ne sono alcuni in particolare che consideri fondamentali?

MA: Sì, in ogni periodo della mia vita. Guardando al passato, l’ultimo lavoro mi sembra sempre il più interessante. Allo stesso tempo, evito di guardare al passato. Mi fa male, prosciuga le mie energie e mi fa sentire vecchia. Ho 72 anni, non sono esattamente giovane. Resto sempre concentrata sul presente e guardo al futuro.

Marina nell’app Rising. Foto: Acute Art Marina nell’app Rising. Foto: Acute Art

Il tuo lavoro ha un impatto su moltissime persone, ma che influenza ha su di te? Cosa ti lascia una performance?

MA: Negli anni '70 il mio pubblico contava cinque, massimo dieci persone, la maggior parte delle quali erano miei amici. Quando ce n’erano venti, pensavo "Oh mio Dio, quante persone!". Riuscivo a malapena a gestirne cinquanta. Oggi invece il mio pubblico è composto da migliaia di persone, il che implica una responsabilità molto più grande perché significa che devi davvero pensare a ciò che fai e a come trasmettere il tuo messaggio. Questo è particolarmente applicabile ai giovani, e il mio pubblico è molto giovane. Quando tengo una conferenza, inizio sempre chiedendo chi è il più giovane tra il pubblico.

"The Artist is Present" Marina Abramović MoMA - New York "The Artist is Present" Marina Abramović MoMA - New York

Il tuo lavoro è sempre stato diretto e provocatorio, anche in termini politici. La nuova app vuole coinvolgere le persone e ispirarle ad agire in modo diverso. Ti eri già cimentata in qualcosa di simile?

MA: Nel corso degli anni ho sviluppato il metodo Abramović. Si tratta di una serie di indicazioni che, quando seguite, possono aiutare a raggiungere un grado di consapevolezza più elevato. L'esercizio del bicchiere d'acqua di ieri ne è un esempio. È importante che si senta la necessità di fare queste azioni più spesso, perché il nostro tempo sulla Terra è limitato. E si sta riducendo sempre di più, a causa della nostra noncuranza nei confronti dell’ambiente. Oggi, gli artisti sono più importanti che mai. Dobbiamo agire. Ho sempre creduto nella scienza. La natura ci parla, abbiamo solo smesso di ascoltarla. Tutto ciò che possiamo fare è rallentare il processo di degrado ambientale.

Hai paura di invecchiare?

MA: Tutto mi fa paura, ma in modo sano. Abbiamo tutti una data di scadenza. Una volta, Leonard Cohen disse: “Sono nel terzo atto [della mia vita]”. Sento che questo è il mio terzo atto, e faccio del mio meglio.

Se potessi dare un consiglio ai politici di tutto il mondo, quale sarebbe?

MA:  Consiglierei loro di leggere la biografia di Gandhi.

Marina Abramović intervistata da Jessika Gedlin durante la Nobel Week. Marina Abramović intervistata da Jessika Gedlin durante la Nobel Week.

Hai citato molti leader spirituali. Sei religiosa?

MA: No. Non mi piacciono le religioni perché le loro istituzioni si basano sul potere e sulla corruzione. Credo nell’energia cosmica e spirituale. L’energia ti arriva in un modo che non sai spiegare. Siamo dei recipienti vuoti che ricevono energia cosmica. Quindi sono spirituale. Ma anche il senso dell’umore è molto importante: il Dalai Lama faceva sempre battute.

Il dolore è una componente fondamentale nel tuo continuo spingerti oltre i limiti dell’arte. Hai una qualche forma di protezione?

MA: Le persone hanno paura di tutto. Abbiamo paura del dolore, per una ragione o per l'altra. Io voglio solo avere una mente aperta. Non ripeto nessuna delle mie performance. Mi viene in mente un concetto, mi metto davanti al pubblico e ne faccio una performance. E mi aspetto che l'energia degli spettatori mi aiuti a realizzarla. È un tipo di energia che non si trova da nessun'altra parte. Senza, ti spaventi e ti arrendi. E così divento uno specchio e rifletto gli altri. Se posso farlo io, possono farlo anche altri.

L’artista parla con il sovrintendente del Modern Museet Daniel Birnbaum © SVT L’artista parla con il sovrintendente del Modern Museet Daniel Birnbaum © SVT

Quell’energia è la prova che hai avuto successo?

MA: Sì. Ne è una prova quando entro in un bar e i ragazzi mi vengono incontro per abbracciarmi e dirmi che ho cambiato la loro vita, o quando saltano giù dalla bici per dirmelo. Le reazioni hanno un grande significato. Adoro le reazioni che ottengo dal pubblico: è emozionante sia per me che per loro. Una volta, una persona ha detto che odia il mio lavoro perché lo ha sempre fatto piangere.

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