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Le Tentazioni di Sant'Antonio Olio su tela

Descrizione dell'oggetto

Le Tentazioni di Sant'Antonio Olio su tela, cm 72 x 92 Il dipinto, visionato da Roberto Longhi nel 1965 e giudicato 'vibrante' dal conoscitore. Longhi vi ravvisa 'i moduli ricceschi delle figure', che risentono cioè fortemente della maniera del veneto Sebastiano Ricci. La buona qualità e l'estro pittorico nella stesura soprattutto della parte figurata, apprezzabili anche per il buono stato di conservazione, impongono la massima considerazione di quest'opera che Longhi riferì ad Alessnadro Magnasco, detto il Lissandrino, in 'una fase relativamente giovanile' forse nella prima dimora in Toscana accertata per il primo decennio del nuovo secolo, proprio quando anche il Ricci era presente a Firenze'. Proprio intorno a un'altra versione delle Tentazioni di sant'Antonio, in collezione privata ed esposto alla mostra sul Magnano svoltasi a Milano nel 1996, ruota la questione critica della fase 'magnaschesca' del Ricci, giacché quel dipinto è menzionato in un inventario del 1707 circa, dunque assai precoce, come opera di collaborazione tra Ricci e Antonio Francesco Peruzzini, il paesaggista collaboratore anche del Magnasco. Quel dipinto impone di spostare dal catalogo del Magnasco a quello del Ricci molte opere già ritenute del genovese e nelle quali si constatavano le forti tangenze stilistiche. Il recente catalogo ragionato del Ricci a cura di Annalisa Scarpa recepisce appieno la nuova posizione critica e pubblica quindi come opere del veneto sia la versione di collezione privata, sia le versioni in scala ridotta della Alte Pinakothek di Monaco e dell'Ermitage di San Pietroburgo. Pur non essendo pubblicato, ma solo studiato da Roberto Longhi in uno scritto privato per il proprietario (datato 9 novembre 1965), questo dipinto fa parte di questo gruppo e va dunque restituito al pennello del grande pittore veneto. Nell'anno 1695 sia Magnasco che Ricci erano contemporaneamente a Milano, quando compaiono per la prima volta iscritti nei registri dell'Accademia di San Luca. E' questo il momento di intensa sperimentazione e di assimilazione dei modi del Magnasco, di qualche anno più anziano del Ricci. La Scarpa nota: 'Giunto Sebastiano a Milano, il fascino del Magnasco assume gran peso nell'evoluzione del suo stile. Pittore mimetico e 'onnivoro', il Ricci estrapola dal linguaggio del Lissandrino stilemi che fa propri e che talvolta rasentano la 'mistificazione'. (A. Scarpa, Sebastiano Ricci, Milano 2006, p. 239). Osservazioni che calzano perfettamente anche per questo inedito e che lo collocano in una data prossima al 1695, momento dell'incontro a Milano dei due pittori, e che segna questa fase di studio e sperimentazione da parte dl Ricci sull'opera del genovese. Il che spiega, peraltro, anche il numero così alto di repliche o meglio esercizi con varianti di uno stesso soggetto. Anna Orlando

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